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martedì 16 dicembre 2014

One year has passed (part 2)

Questo video l'ho girato sull'Himalaya dopo una lunga camminata in quota, 4600 metri partendo da Manang (3500m). Ero sfinito, ero da solo e le montagne intorno erano 100 volte più belle di qualsiasi video avessi potuto girare.
Ho tirato fuori il cellulare ed ho parlato. Perchè ci abbia messo più di un anno a tirare fuori questo video non lo so...forse perchè è difficilissimo per me tirare fuori le emozioni, mi sento (e sono) goffo, di parlare troppo e di dire un decimo di quello che vorrei. Questo video è stato fatto come se parlassi ai miei genitori in un tentativo di far sentire quello che sentivo io...ma non avevo modo di mandarglielo.
Sì, sembro folle e ridicolo, mi vergogno a guardarmi che sembro scemo, non avevo idea di cosa dire...ma ci sono cose che fanno tirare fuori tutto come viene. Essere da solo in quel posto è stato una specie di crisi mistica.
E' un buon riassunto di quello che sarebbe potuto essere il post precedente un anno e due mesi fa.


Hey, io ci ho provato a ruotarlo 'sto video, ma non si riesce a caricarlo dritto...prima o poi ci riuscirò, per adesso o girate la testa come i pappagalli o mettete lo schermo per traverso. 
Torniamo tecnotrogloditi, alle volte fa quasi bene...

Ciao!

PS:ringrazio la persona che mi ha spinto a postarlo ;)

lunedì 8 dicembre 2014

Souvenir dal Vietnam: cicatrici e cacca di faina


Continuo la serie di racconti legati ai souvenirs

Capita che alcuni dei souvenirs ce li portiamo a spasso per il mondo anche dopo la fine del viaggio. Tra queste le cicatrici.
Come diceva Tyler Durden? "Fanculo, non voglio morire senza cicatrici addoso"
Beh, io di cicatrice qualcuna ce l'ho. Una piccolina sul polso per aver rotto con una manata un uovo di zucchero, una scheggia si infilò nella pelle, la sentivo sotto la crosticina ma non dissi nula perchè ad otto anni si ha già imparato che quando si fanno le cazzate è meglio tenere la bocca chiusa...
Quella sul ginocchio destro per un tubo di ferro, quella di fianco all'occhio per essere passato dietro mia madre che passava lo straccio per i pavimenti (preso la legnata al volo in faccia), quelle sulla mano sinistra su cui ho versato un paio di litri di silicone fuso a lavoro. Ognuna mi ha insegnato una lezione...che io l'abbia o meno recepita questo è un altro discorso.

La parte del corpo più piena di cicatrici però è il ginocchio destro, e non solo per un intervento di artroscopia a 18 anni, ma per una bella caduta in moto in VietNam.

Nel centro del paese c'è una comunità di chopperisti che si fanno chiamare Easy Riders. Sono dei tassisti motorizzati, portano i turisti da un lato all'altro del paese in moto con le valigie. Come per ogni altra cosa in Viet Nam ne esistono almeno due o tre imitazioni, una peggio dell'altra e gli Easy riders non facevano eccezione.(ci sono anche imitazioni delle donne...brrrr).
Mi trovavo a Hue, intenzionato a non fare più un solo chilometro in treno in quella parte di mondo. I treni Vietnamiti sono sempre in orario, va detto per onestà. Ma al posto dei letti hanno panche di legno, partono sempre alla sera ed arrivano alle 5 del mattino, ora in cui ci si sveglia in praticamente tutta l'Asia. Questo significa sempre arrivare almeno 6 ore prima che sia possibile farsi dare una stanza in un albergo/pensione/ostello, quindi stare in giro mezza giornata rincoglioniti dal viaggio e dalla levataccia a perder tempo.
Togliete l'argento e metteteci l'oro...detto tutto
Per questo cerco per la città un chopperista e quando lo trovo gli do fastidio finchè non mi trova qualcuno disposto ad affittarmi la sua moto. Eh, sì, io in moto non mi ci faccio portare, ho sudato la mia patente internazionale prima della partenza e godo sempre nell'esibirla con gesto arioso e solenne ad ogni posto di blocco. Sono stato fermato OVUNQUE: Cile, dopo 200 metri fuori dal vialetto. Indonesia: unico fermato tra 500 altri ragazzi in scooter durante la megabigiata di fine anno di tutte le scuole di Mataram.
Filippine, a bordo di una Honda shadow dorata da pappone, mi è toccato corrompere il poliziotto...corrompere...ci siamo accordati per una riduzione dell'ammenda pecuniaria, suvvia...era notte fonda ed io avevo fretta.

Trovo il signor Cuòng, l'uomo più piccolo che abbia mai visto, a parte i pigmei in Africa! Mi presterà la sua moto, ma solo se gli dimostro di saper guidare. Ed è così che mi trovo su una moto con la sella a mezzo metro da terra ed il cambio sottosopra a guidare in ciabatte per le strade della vecchia capitale. Senza casco, ovviamente. Test passato, ci troveremo tra una settimana a Hoi An, poco più a sud, perchè prima lui ha da fare una "consegna" (una turista americana che deve arrivare a Na Thrang, l'Ibiza del mar della Cina meridionale, famosa per le feste in spiaggia e per la diffusione di droghe che cancellano la memoria ed i soldi nel portafogli dei turisti in 15 minuti).

Noi d'altro canto abbiamo da incontrare Andrès ed Edurne, fare un'immersione nelle nebbie (l'immersione più inutile della mia vita, visibilità di un metro su un fondale di sabbia...che odio buttare i soldi!) e fare compere nel quartiere dei sarti più famoso del paese, quindi non ci sono grossi problemi.
Così una mattina di una settimana dopo carichiamo le moto e partiamo sotto lo sguardo divertito dello staff dell'albergo. S^, anche in mezzo ad un viaggio da saccopelisti qualche albergo ci scappa. Contrariamente agli altri ospiti però noi siamo vestiti da trekking, non abbiamo autista nè guida e di sicuro non siamo vestiti da minchioni in vacanza in Florida. Ma per risparmiare 10 euro non vale la pena di prendere le piattole in ostello in quella parte del mondo.

La partenza è comica, la moto è carica in modo grottesco, in pieno stile sudest asiatico, ovvero non è possibile pensare di aggiungere nemmeno uno spillo: la parola d'ordine è:se si capisce ancora che è una moto vuol dire che c'è ancora spazio per qualcosa o qualcuno.

Miriamo verso l'interno, verso le montagne ed il famoso sentiero di Ho Chi Minh, la strada che correva nascosta tra le piantagioni di caffè e le cascate lungo il confine col Laos, là dove gli Americani nonpotevano vedere i convogli di armi e provviste trasportate in bicicletta nella foresta.
Abbandoniamo dopo qualche ora le risaie ed i traghettamenti dei canali ed arriviamo ai piedi delle montagne dove ci fermiamo per la notte. Cuong ci sta mostrando il VietNam più vero, nel bene e nel male. E' odioso, non regge l'alcool, è politicamente scorretto e gretto in maniera macchiettistica. Basta una birra e ci racconta con voce sguaiata barzellette in cui le minoranze etniche fanno vengono dipinte come esseri poco superiori agli animali, mimando in mezzo al ristorante sonori amplessi con capre, monaci e ragazzine perverse. Ci dice che i vietnamiti vogliono solo i soldi, che conta solo quello...quindi stramazza dalla sedia e ci rimanda alla mattina successiva.
Cuong mi insegnaa mangiare uno strano Ban Xeo
Ma Cuong non era che un uomo esasperato che nascondeva la sua sensibilità sotto una veste irritante. Ho davvero visto uno scorcio del suo paese e del suo popolo grazie a lui e col tempo ho dato la giusta dimensione a ciò che tiene gli stranieri a distanza dall'essenza di quei luoghi.

Giorno due, le montagne! dopo quattro ore di salita è ilmomento della discesa! la moto si lascia guidare con le pedane, è leggera e non importa che non abbia motore, mi diverto come un matto a soli 60km all'ora tra paesaggi stupendi.
 Un cantiere non segnalato dietro una curva in discesa, abbandonato da giorni con la strada sventrata. Non è il primo che attraverso nè il più difficile, ma la moto non sta dritta e posso solo tenerla finchè non si ferma e fare in modo che non mi cada su una gamba, è talmente carica che è impossimile saltar giù e rimanere in piedi. Prima di capire se sono tutto intero mi giro per vedere se Viv sta bene,terrorizzato, ma mi pare che non abbia niente di rotto. E' stata sbalzata quindi non è rimasta sotto la moto. SOno confuso e mentalmente esamino la situazione.
Poco prima della caduta
Oggi molte parti della strada di HoChiMinh sono asfaltate...molte no.  Ed è proprio su una di queste che rovinosamente sono caduto, tradito da un sasso e da una grossa buca piena di schegge di pietra affilate. Ne tolgo 4 dal ginocchio che si gonfia a vista d'occhio, ho i pantaloni strappati ed insanguinati, l'avambraccio ha decine di tagli e graffi, la mano...la mano è coperta di sangue e piccoli sassi. Viv grida imprecazioni in antico nordico (filologia germanica ed islandese sono corsi utili certe volte) mentre si disinfetta le ferite con il GEL LAVAMANI!!!
 Sappiamo che si può fare, conosco tutti gli ingredienti, ma questo non significa che non bruci come alcool denaturato, quello rosso che mio nonno mi spruzzava sulle ferite quando cadevo in bicicletta...una specie di tortura, io e mio fratello ne eravamo terrorizzati.
Io tolgo i sassi dalle ferite sulla mano nel bagno di una pompa di benzina abbandonata. Il palmo non ha quasi più pelle ed abbiamo un kit di pronto soccorso minuscolo. Siamo in mezzo alle montagne a due giorni dall'ospedale più vicino. L'unica cosa che posso fare è cercare un villaggio in cui vendano tintura di iodio, garze sterili e bende.
Questa caduta ha trasformato il resto del viaggio in una specie di corsa alla sopravvivenza. Il mio ginocchio era sempre più gonfio, la pioggia rendeva guidare ancora più difficile perchè la fasciatura sulla mano si inzuppava così come le scarpe e con 30°C sotto le tute di plastica si suda che tanto vale prendersi tutta l'acqua. Ogni volta che c'era un pezzo di sterrato ci veniva da piangere per la paura di cadere ancora, eravamo psicologicamente sfiniti. Arriviamo a DaLat che quasi baciamo terra...
5 giorni...otto ore al giorno...1200 chilometri, buca più, buca meno. Media di...35km/h? forse 40? Abbiamo mangiato dove al posto delle aragoste nell'acquario si scelgono le tartarughe, ci hanno chiesto di posare davanti ai carri armati americani in un monumento alla guerra (ho fatto presente che noi non eravamo americani, ma mi è stato risposto che importava poco, sarebbero stati lieti di mentire...) e dormito in un paio di posti da camionisti.

Ora riguardo quelle cicatrici sul ginocchio e penso che almeno una cosa per me l'hanno fatta.Mi hanno dato una sorta di battesimo. Si dice che non sei un vero motociclista finchè non baci l'asfalto. Beh, non è un cazzo di rito iniziatico di cui porti una cicatrice come prova, è il segno che ti lascia dentro. Il superare al paura di rimetterti sulla moto ed imparare a rispettare il pericolo, perchè basta un momento di disattenzione e l'esperienza che ti manca pesa come la pietra al collo di uno che nuota in un fiume profondo.


Mentre aspetto il mio Weasel coffe ad Hanoi
E la cacca di faina? certo, dimenticavo. Esiste in Viet Nam il miglior caffè del mondo, vince premi a ripetizione ed ha il più alto costo all'etto nel mondo. A renderlo particolare è il fatto che ci siano mustelidi allevati perchè mangino i frutti nelle piantagioni di caffè. I succhi gastrici non digeriscono il seme che viene deietto così com'è, ma il trattamento enzimatico nell'intestino libera la vera aroma. Basta raccoglierlo, lavarlo (bene!!!), tostarlo e tritarlo.
Buonissimo...basta non pensarci
Tra le risaie con una LiFang




Un ponte nelle vicinanze di Hue





Ed ora ci dovremmo pure salire in due?!?

giovedì 30 ottobre 2014

Souvenirs

Ogni posto che visitiamo ci lascia qualcosa, un oggetto, un segno che racchiude un ricordo. Magari non rappresentano l'intera esperienza, o il momento più bello, ma sono come dei piccoli aneddoti.

Inizierò dai paesi toccati nel mio Viaggio, quello con la maiucola, perchè per la sua stessa natura è statomolto difficile portare dei souvenirs a casa. Questo forse è un altro elemento che distingue il viaggiare dal fare turismo, i souvenirs.
Viaggiare con lo spazio di uno zaino ed un limite di peso da potersi portare addosso è qualcosa di simile al vagabondare lontano dai comfort della civiltà occidentale moderna. Si fanno scelte, ed ogni piccolo pezzo che portiamo, ogni grammo, ogni centimetro cubo scegliamo consapevolmente di portarlo con noi, per questo diventa importante, diventa un compagno di ciaggio, come Wilson per Tom Hanks in Castaway.
Non sono solo oggetti oricordi, in parte sono abitudini che forse mi porterò dietro per tutta la vita.
Ed è porprio da un'abitudine che voglio cominciare


Argentina: Yerba mate
Yerba= erba in spagnolo
Mate= zucca in linguaggio nativo del sudamerica, manon chiedetemi quale, esiste wikipedia apposta.

La yerba mate è un arbusto con foglie lanceolate ogivali molto somiglianti a quelle della pianta di coca con cui non ha tuttavia alcun legame botanico. Le foglie ed i rami più teneri vengono seccati e lavorati per ottenere qualcosa di simile al the da mettere in infusione. Sebbene esistano oggi delle bustine (mate cocìdo) la procedura tradizionale prevede che l'erba venga messa in una zucca secca che funge da tazza secondo una serie di regole precise quanto arbitrarie. nell'erba viene messa la bombilla, una cannuccia di metallo con un filtro all'estremità immersa (e se no vi ingollate le foglie!). La zucca viene riempita d'acqua calda che viene bevuta tutta da uno dei presenti il quale riempie nuovamente il mate prima di porgerlo al bevitore seguente. E' un rituale sociale, è come fumare il calumet della pace, come invitare qualcuno a mangiare insieme, come far girare una canna (presumo).

Quand'ero in università avevo un compagno di laboratorio venuto in prestito dalla Francia. Dico in prestito perchè di laboratori in cui si facesse ricerca sulla chimica supramolecolare nel 2006 ce n'erano ancora pochi e la collaborazione era molto stretta. Avere un dottorando proveniente dal laboratorio di sua altezza Jean-Marie Lehn in altri ambienti sarebbe statoun segno di prestigio clamoroso. Nella branca più elitaria e nerdistica della chimica (almeno tra quelle che quanto meno non andassero a scomodare la matematica ad ogni piè sospinto) questo senso di glamour andava scemando dopo i primi 5 minuti a favore di un febbrile vampirismo del sapere. A dire il vero la sacralità della cosa ha cessato di esistere in un momento ben preciso, ovvero quando il capo del dipartimento, avendo saputo che il nuovo arrivato non era in possesso di una bicicletta, pensò di accompagnarlo a rubarne una in stazione (ovviamente era uno scherzo!). Il momento in cui il giovane e perplesso ricercatore uscì con il vecchio professore che portava in spalla un grosso tronchese o tranciabulloni: è stato quello il momento.

Cosa c'entra tutto questo con la yerba mate? beh, è stato quel dottorando a farmela provare perla prima volta. In Italia era pressochè impossibile procurarsela all'epoca, secondo alcuni persino illegale. Era il rito pomeridiano invernale, bere il mate delle 5 tutti insieme mentre si rimettevano a posto i dati. Ed era stata un'abitudine introdotta con ottimo tempismo, visto che la ritualità estiva prevedeva una birra sul tetto del dipartimento facendo un breefing dei lavori in corso mentre lanciavamo palline di sodio metallico in un secchio pieno d'acqua (per chi non lo sapesse il sodio metallico in acqua ha una violenta reazione esotermica...??...esplode, santi Dei! :P la prassi per smaltire il sodio metallico usato nelle reazioni come disidratante è proprio questa, far esplodere i pezzetti uno ad uno in acqua).
Mate e bombilla del mio primo ospite a Buenos Aires

Fare il Mate è una cosa che mi rilassa tantissimo. Faccio bollire l'acqua, la metto nel mio thermos e vado avanti a oltranza. Sì, proprio adesso ho qui il mio mate, quello che ho comprato a Buenos Aires il primo giorno, anche se la sua bombilla originale è affondata con una nave dal Giappone...lunga storia...

Ho dei bellissimi ricordi legati al Mate: Carlos di Ushuaia che mi ha insegnato a farlo decentemente ed Ivàn di El Calafate che mi ha fatto i complimenti per come lo facevo...aveva un bollitore elettrico con la temperatura precisa che dovrebbe avere l'acqua (75-80°C). Poi ricordo una chiacchierata notturna con il receptionist 19enne di un ostello in mezzo alla foresta amazzonica a bere tererè (al posto dell'acqua calda c'è succo di pompelmo rosa ghiacciato, dopotutto ci sono 30°C anche di notte lì!). Ricordo una ragazza olandese alle Torres del Paine che mi chiamava Navy seal e che dicevache per lei era come leccare un posacenere, nè più e ne meno. Ricordo un sacchetto di "Brigante" come il fatto che a Wilma piacesse la "Rosamonte suave" e che non bevesse mai per prima per non bere la parte amara. Ricordo soprattutto Juan a Santiago che aveva un borsellino con dentro un minithermos, bicchiere di legno,bombilla e scatoletta con l'erba. Abbiamo bevuto mate sulle scale della fermata della metropolitana mentre cercava di insegnarmi come si chiamava la scacchiera in spagnolo (ajedrez, l'ho dovuto scrivere su una mano per una settimana ma alla fine l'ho imparato!) ed ancora aspetto che mi spieghi come "curare" il mate di legno aromatico che abbiamo comprato insieme.
 Ora ogni volta che vedo un argentino che  porge un Mate al papa sorrido e condivido la mia erba con i miei amici e parliamo parliamo...

Ci sarebbero ancora mille cose da dire sul Mate, sui modi di prepararlo, sulle marche di erba in giro per il sudamerica, sullo zucchero, sugli effetti sulla salute, ma tutte queste parole non servirebbero a far capire l'emozione placida che mi da, mi fa sentire ancora in viaggio, mi scalda il cuore come il sorriso negli occhi delle persone a cui ho passato la zucca, dopo averla riempita per loro.
 



Cile: la calamita
Ero a Conception, Viviana voleva portare la sua amica Carolin (che insegna tedesco in Cile ed è la ragazza di Juan di Santiago, quello del Mate sulle scale della stazione) a fare una lezione di Zumba. Io ne avrei approfittato per andare in sala pesi. Ricordo che quella è stata la volta che ho sollevato più pesi in vita mia (75kg in chest press, mica 200, ma ero incredulo!) Quella sera il mio ginocchio ha presentato il conto e da lì ho smesso di fare il cretino coi pesi.
Conception - Fregio della conoscenza

In quel periodo andavo in giro col portafogli legato alla cintura con una catena per paura dei furti. Nel sedermi sull'autobus la catena scivola tra i sedili e sento una strana resistenza. Quando la tiro fuori trovo attaccata una calamita Geomag. Mi fa subito tenerezza, la lascio attaccata alla catenella. Ho pensato: ha solo chiesto un passaggio, quando vorrà scendere si attaccherà a qualcos'altro.
E' rimasta con me fino alla fine, ho anche avuto una mezza crisi di malinconia quando credevo di averla persa un giorno in Giappone, ma era ancora lì con me...lo so che sono strano, ma io già do un'anima alle cose normalmente, quando scelgo un oggetto come compagno di viaggio diventa uno dei miei molti Wilson.

Corea: Tour Eiffel
Entro in una stanza in cui con una serie di tende è stato ricavato un labirinto. Il pavimento è di terra, fa caldo, ci saranno 35 gradi e sento le ragazze giapponesi che ho incontrato all'entrata scherzare tra loro. E' un caldo pomeriggio di fine Maggio sulle colline intorno a Busan, seconda città della Corea. Sono arrivato via nave da Fukuoka solo ieri ed ho pernottato in una guest house in cui tutte le camere sono puccettose e bambolose: lenzuola con i cuoricini, carta da parati rosa, un nido d'amore gay strabordante di clichè. Ma il ragazzo che ha messo in piedi l'ostello è adorabile, ha solo dei gusti estetici agghiaccianti e sua moglie non dev'essere da meno ed il bibim bap di pesce crudo e verdure fresche del ristorante di fronte merita applausi.
Ripenso alla salita fino a quella casa nel coloratissimo quartiere degli artisti, alle statue del piccolo Principe e della Volpe che guardano il panorama quando noto per terra una piccol atour Eiffel dorata e qui si innesca uno di quei flash back che tolgono il fiato.

Era il dicembre del 1993, ho12 anni e sono su un taxi che sta frenando violentemente davanti alle partenze dell'aeroporto di Catania, proprio dove c'erano i cactus dell'Arizona con che avevo salutato decine di volte, 15 anni prima che venissero fatti i tanto sospirati lavori di restauro che togliessero quell'indecoroso look primi anni '80 all'aeroporto...oggi sarebbe uno stilosissimo vintage.
E' il giorno che partiamo per prima volta per la Nigeria, siamo in un ritardo folle a causa del traffico e dei lunghi saluti. Quella mattina la mia nonna, già malferma per il Parkinson, aveva preso per la prima volta l'elegante bastone che le avevano regalato pochi giorni prima per Natale e si era messa la pelliccia. Aveva arrancato con dignità fino a casa nostra alle 5 di mattina, erano poche centinaia di metri ma quando la vedemmo ci sembrava una visione impossibile, come se avesse attraversato il Kalahari in monociclo. Fu l'ultima volta che la vidi camminare da sola.
L'immagine mi era rimasta negli occhi durante tutto il tragitto, mantre la Mercedes del signor Adragna (tassista di fiducia di papà) scivolava morbida e silenziosa nell'alba tra gli aranceti di Augusta. Poi il traffico e la corsa in aeroporto.
La frenata che spezza il sogno: "Tutti giù, presto!"
E nello scendere il piccolo portachiavi dorato a forma di tour Eiffel che avevo attaccata al portafogli si incastra. Ma la fretta è troppa, l'anellino di latta si apre e la torre cade tra i sedili. Non c'è tempo di cercare, non c'è tempo di protestare, l'aereo sta partendo.
E per anni sono rimasto col groppo in gola ripensando a quella piccola tour Eiffel lasciata nella
macchina di qualcuno che non avrebbe avuto alcun sentimento verso di lei. L'avevo comprata a Parigi qualche anno prima e l'avevo tenuta da conto...andata...

Mi sveglio dal flash back e guardo la torre tra le dita. Sono passati quasi vent'anni, e sei tornata da me. Questa volta starò più attento

Metto la mia torre dorata in tasca ed esco dal labirinto nella luce abbagliate del pomeriggio




Seguiranno:


Bolivia: portamonete di pelo di lama
NZ: tatuaggio
Australia:Cappello di canguro ed abbandono dell'altro cappello
Giappone: gru di carta, biglietto del baseball e candela di Yokohama
Corea: pantaloni di Golgulsa
Indonesia: brevetti 20'000 leghe sotto i mari
Vietnam: cicatrici e cacca di faina
Cambogia: sciarpa seta
Laos: chiavi del motorino e disegni cesellati su carta di riso
Malesia: five fingers "replicas" e colloqui con Greenpeace
Nepal: Kukri, arrivare in vetta ed il paragliding come alternativa per una bella discesa
Filippine: cappello da rapper pieno di dolcezza ed abrasioni da  surf ai capezzoli
Hong kong: nostalgia

martedì 20 maggio 2014

Laos,4000 isole: ricette, ragni fritti, tramonti e truffe sul Mekong

Sarà che in questi giorni ho nostalgia di viaggiare, sarà che ho preparato un decotto di lemongrass e lime che sta gelando in frigorifero e che ho assaggiato in Laos, ma mi è tornata alla mente il mio primo pasto lao.

Due giorni prima eravamo partiti da Phnom Penh, capitale della Cambogia, viaggiando in autobus fino a Kracheh. Di quel viaggio ricordo una montagna di cavallette e ragni fritti ad un autogrill dove ho comprato semplici banane fritte...gli autogrill non sono esattamente come siamo abituati ad immaginarli...sono piazzole di terra con qualche baracca ed i banchetti che vendono snacks.

Ricordo che al banchetto dei ragni fritti un bambino stava giocando con un ragno vivo. Era più grande della sua mano. Saluto in Khmer, lui mi porge il ragno. Era grande come la sua mano, nero e grasso, probabilmente stordito ed esausto. Gli ho chiesto a gesti se mordesse, lui con un sorriso di sfida ha annuito. Uno dei miei peggiori difetti è sempre stato quello di non saper fare buon viso a cattivo gioco quando si parla di sfide, sarà per questo che non scommetto mai. Fatto sta che mi ritrovo con questo grosso coso che mi cammina sulla mano. Il bambino sorride, gli rendo il ragno e riprendo a respirare.       
   
La mezza giornata a Kracheh ci permette di conoscere due sposini italiani in viaggio e di cercarci il passaggio per la tratta successiva, quella che ci avrebbe portato alle 4000 isole, un punto in cui il corso del fiume Mekong si allarga a creare cascate, rapide ed una miriade di isole grandi alcuni chilometri quadrati o longhi solo pochi metri. Quattromila, secondo l'idea locale. E' stato un confine naturale tra le montagne del Laos e le pianure della Cambogia, un ostacolo commerciale tra la Cina e le coste dell'oceano indiano. Anche gli occidentali ci hanno provato a superarle a fine '800. Avevano costruito una ferrovia nella foresta per collegare i due lati delle rapide ed imbarcazioni che potevano essere smontate in sezioni e trasportate su rotaia.

Trovare un passaggio da Kracheh all'altro lato del confine è un esempio di come si passi dal turismo al viaggio senza rendersi conto nel giro di alcuni mesi. Cerchiamo sul posto una persona che abbia un furgone, ci accordiamo con altri per il trasporto oltre confine: la mattina successiva su un pullman a 12 posti ci troviamo in 16 con relativo bagaglio, una pianta, una scatola di polistirolo piena di pesci gatto vivi, sacchi di frutta secca e pacchetti da consegnare. Lungo la strada raccogliamo altra gente, scarichiamo e carichiamo merce, ci sediamo uno in braccio all'altro per farci stare tutto. Metà della gente locale dorme, poi si sveglia di soprassalto e vomita dal finestrino. Eppure ci sembra tutto normale... Veniamo trasferitisu un altro autobus, questa volta un turistico, finchè non ci tocca fare un paio di chilometri a piedi per scoprire che il barcaiolo che ci deve portare su una chiatta dall'altro lato del fiume non esiste. Bastardi, ci tocca pagare un traghettatore extra. Sono solo pochi dollari, ma in quei momenti viene voglia di fare una strage. Come scopriremo a caro prezzo quello che era il paese del sorriso è diventato un paese in cui la polizia è corrotta e parte delle truffe...

Arrivati finalmente dall'altro lato ci sistemiamo in un alberghetto sul fiume. Descrivere il posto non ha senso, le fotografie rendono meglio l'idea:


 
E' anche uno dei momenti in cui riesco a guardarmi con gli occhi della persona che ero solo un anno prima e non posso che sorridere e farmi fare una foto:

Due foto che tengo nella memoria sono queste qui sotto. Una mattina mi sveglio verso le quattro, è ancora buio ma si capisce che sta per albeggiare.

Scivolo fuori dal letto e mi vesto, prendo la macchina ed esco.
Mi siedo sulla riva del fiume, aspetto. Ammiro...in questo sono cambiato: solo tre mesi prima in un'alba ad Uluru ho fatto circa 30 foto, quella mattina non ci riuscivo. Volevo solo guardare e godermi il silenzio. E' strano come il concetto di silenzio sia diventato non l'assenza di suoni ma l'assenza di inquinamento umano. Un silenzio senza suoni lo si avverte di notte in una cantina di città, ma non comunica un senso di pace. Stare seduto a guardare le luci col solo rumore quieto dell'acqua e dei qualche uccello che si svegliava, quello era il vero silenzio come abbiamo imparato a concepirlo.


Di quei giorni alle 4000 isole ricordo il senso di lontananza dal mondo "reale" (raramente ho percepito il senso di relativismo del termine "realtà" comein quei giorn), l'aver fatto una foto con una polaroid dopo oltre 20anni grazie ad un gruppo di ragazze francesi, il bagno nel Mekong in mutande ed una lunga lunga chiacchierata in barca con un personal trainer nigeriano, Sam.

Sam fuggito dalla Nigeria, Delta state, per  andare in Italia dove non ha mai messo piede. Sam che è stato dirottato a Dubai come operaio edile e che una volta scoperto è dovuto fuggire,fuggire verso l'unico posto che fa davvero problemi con l'immigrazione: la Cina.

Sam che sembra un modello da giornale di fitness e che per 5 anni si inventa personal trainer fingendosi americano. Sam che impara il mestiere, l'anatomia, la buona alimentazione ed i carichi di lavoro, poi torna in Nigeria.

Mi ha detto: "Sono tornato a casa per creare una palestra di body building, l'ho detto ai miei amici che sono rimasti zitti e poi mi hanno chiesto se stessi bene, se non fossi impazzito...mi hanno chiesto se davvero volessi farmi pagare per faticare a sollevare pesi da gente che passa la vita a lavorare come una bestia da soma"

Sam che ha capito che il suo mondo non era più dov'era nato...e che non aveva più una casa.


Ma ora torno alla cucina lao!
Del mio primo giuorno in Laos alle 4000 isole ricordo di avere pranzato alle tre del pomeriggio sotto una tettoia lungo il fiume, di aver provato lo sticky rice che su una tavola lao non manca mai, a costo di essere l'unica cosa da mangiare, e questa insalata fredda di pollo con lemongrass chiamata Chicken Lap (o Lap khai). Il fascino della cucina asiatica tradizionale per me sta nei mille ingredienti che si nascondono nel gusto finale. Sapori caratteristici che uno straniero non sa individuare, come ascoltare una musica jazz dall'armonia complicata e non riuscire a riconoscere un accordo. Sarà un La? sarà un Mi a cui mancano un paio di note? è un diminuito, certo, ma qualcosa non torna...come uno di quegli accordi che non compaiono sui libri di chitarra perchè non sono niente di preciso,ma senza cui la canzone sembra un piatto senza sale.
La ricetta è presa dal blog di una cuoca thai-lao-canadese, Manivan Larprom.
http://thai-laos-food.blogspot.it/2006/09/lap-chicken.html



PS: due ricordi: una panachè stupenda in una giornata afosa ed i segni di una processionaria toccata accidentalmente a causa della quale ho dovuto coprire le dita di scotch per quasi una settimana, Dal prurito volevo staccarle a morsi se solo le sfioravo. La processionaria è un piccolo bruco peloso...questo era più grosso del mio dito medio, dito che gli avrei mostrato ripetutamente se l'avessi incontrato di nuovo...
Ho passato ore su internet prima di essere sicuro di non essere stato punto da qualcosa di letale. Solo una settimana prima avevo conosciuto una ragazza a Phnom Penh che si era svegliata in ospedale dopo essere stata punta da un ragnetto nel nord del Laos quattro giorni prima!

Panachè Lao!
Non toccare i bruchi pelosi, fanno male!